4. ott, 2021

ACCABADORA di Michela Murgia (Einaudi editore 2009 / 163 pg)

Voto: 4 stelline / su 5

Anche questo libro ha una storia simile al romanzo di cui vi ho parlato poco tempo fa “Controvento”.

Era da tanto tempo che volevo leggere qualcosa di Michela Murgia, ero curiosa della sua scrittura, l’ho conosciuta prima attraverso il suo podcast “Morgana” che conduce insieme a Chiara Tagliaferri.

Se non lo conoscete ve lo consiglio vivamente.

Un podcast dove si parla di donne fuori dagli schemi, in ogni puntata una donna famosa del mondo della letteratura, della moda, della storia insomma basta che sia una donna “diversa”.

Ma torniamo al libro… mi ero quindi già innamorata di Michela Murgia personaggio ma ancora non avevo acquistato un suo libro, seppur ne avessi parecchi di suoi in lista d’attesa.

Sempre alla famosa libreria di Sciacca ho trovato ACCABADORA ed eccoci qua.

Devo dire che nonostante l’aspettativa fosse molto alta non è stata delusa, anzi.

Questo libro mi è piaciuto moltissimo. Michela Murgia ha uno stile tagliente, che ti entra nell’anima, sa ferirti e sa accarezzarti.

Il tema di questo romanzo è molto forte, dal titolo non si evince.

Accabadora è una parola sarda che deriva dallo spagnolo e sembra quasi una filastrocca; invece, “Acabar” in spagnolo vuol dire “finire” e in sardo “accabadora” è colei che finisce, quella che viene denominata “l’ultima madre”, colei che in un atto di estrema pietà mette fine alle sofferenze dei malati terminali.

Come vi dicevo è un tema forte ma importante di cui si parla sempre troppo poco, ci si nasconde dietro falsi moralismi senza pensare a quello che prova chi è in un letto immobilizzato, sa che da quell’ultimo giaciglio non potrà più rialzarsi ed è avvolto da atroci sofferenze.

L’accabadora in questione è Tzia Bonaria, una donna che non è riuscita ad avere dei figli suoi e un giorno, per vari incastri del destino, decide di chiedere in adozione la piccola Maria, nata in una famiglia dove di “femmine”, come dice la madre naturale, ce ne sono già tre e la quarta è solo un incidente di percorso e quindi un peso.

Tzia Bonaria accoglierà come una figlia la piccola Maria, la farà studiare e la renderà una donna forte e coraggiosa ma soprattutto buona di cuore e leale con questa madre che le ha dato molto più amore di quella naturale.

Una storia antica tra la favola e la più dura delle realtà.

Un libro che commuove dalla prima all’ultima pagina e che vi consiglio vivamente.

Una frase bella del libro:

“Fillus de anima. È così che li chiamano i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un’altra.”