26. lug, 2021

RAGAZZO ITALIANO di Gian Arturo Ferrari (ed. Feltrinelli 2020 – 320pg)

Voto: 2 ½ stelline su / 5

È sempre difficile scrivere una recensione su un libro che non ti è piaciuto. Perché hai paura di offendere l’autore che comunque ci ha lavorato tanto, la casa editrice che ha creduto in lui e anche i lettori che invece lo hanno apprezzato. Ma la cosa più difficile nello scrivere una recensione negativa è che spesso non si trova l’ispirazione per farlo.

Mentre su un libro che ci è piaciuto le parole scorrono leggere sulla tastiera, con quelle negative diventano pesanti e vanno centellinate, in questo caso ancora di più visto che è anche arrivato finalista al Premio Strega, quindi ci saranno, suppongo, molte persone a cui è piaciuto.

Ma partiamo dalla trama.

Il protagonista è Ninni, un bambino nato subito dopo la Seconda guerra mondiale, la sua storia ci viene narrata in terza persona, non è lui a raccontarla. Ninni si trasferirà con i genitori e la sorellina a Milano lasciando il piccolo paese dell’Emilia dove è nato, qui dovrà affrontare anni difficili per adattarsi a questa nuova realtà così frenetica.

Ninni soffre anche di balbuzie e per il padre è quasi un disonore, mentre la mamma lo difende sempre.

Bellissimo anche il rapporto che ha con la nonna, colonna portante della famiglia, com’era un tempo.

Ninni poi crescerà, diventerà adolescente e il padre deciderà che quel diminutivo da bambino non va più bene, così all’improvviso Ninni diventa Piero sentendosi strappare un pezzo d’identità e di fanciullezza.

Ma i padri di allora non erano certo accondiscendenti e dolci come molti padri di oggi. La severità era la prima regola.

Ninni/Piero diventerà un uomo amante della letteratura grazie anche a quella nonna che fin da piccolo gli fece tanto amare i libri.

Una storia come tante, insomma, quella che ci racconta l’autore, una storia di un ragazzo italiano del dopoguerra, appunto, come cita il titolo.

Quello che però, a mio avviso, non fa decollare questo romanzo, è la mancanza di empatia. Non sono riuscita a sentirmi vicina al protagonista, non ho sentito le sue emozioni, mi è sembrato un diario in terza persona, asettico, impersonale, senza emozioni.  

E non è la distanza temporale perché quando un romanzo è coinvolgente ti trascina in qualsiasi epoca senza fatica.

Personalmente non lo consiglierei e mi ha stupito anche che sia stato finalista allo Strega, ma questo vuol dire che ci sono, per fortuna, tanti lettori diversi al mondo e c’è spazio un po’ per tutti i gusti e gli stili.

Mi piacerebbe avere altri riscontri quindi se qualcuno di voi lo ha letto mi scriva nei commenti cosa ne pensa.