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1. mar, 2021

voto: 4

Credo che la casa editrice Nord abbia voluto un po’ cavalcare l’onda del successo de I LEONI DI SICILIA sempre edito da loro.

La copertina lo ricorda molto e soprattutto la dicitura “La saga della famiglia” ma anche se fosse non hanno sbagliato perché il libro è davvero bello. La storia però questa volta non è reale ma quasi totalmente di fantasia, la famiglia Casadio non è esistita come la famiglia Florio ma è una storia ugualmente affascinante e interessante. L’autrice dice comunque di aver preso un po’ di ispirazione dalla sua famiglia e dai loro racconti.

Daniela Raimondo è riuscita a creare una vera saga familiare con tanto di complicatissimo albero genealogico, duecento anni di storie e di vite, dal 1800 al 2013 in poche pagine, meno di quattrocento pagine per tutti gli eventi raccontati non sono poi tante.

Tutto inizia con l’unione tra due realtà e due anime molto diverse, Giacomo Casadio un ragazzo timido, introverso, sempre malinconico, non ci pensa proprio alle ragazze e a maritarsi ma a sconvolgere la sua vita e quella dei suoi discendenti ci penserà Viollca, un vulcano dai capelli ricci e neri come il carbone che porta piume di pavone in testa, una zingara con la dote delle premonizioni.

Viollca lo incrocia per strada, gli chiede di leggergli la mano, lui non vuole, lei gliela prende lo stesso e gli dice “Sei arrivato, finalmente! Erano anni che ti stavo aspettando”. Da qui inizia la saga della famiglia Casadio molto prolifica e purtroppo non sempre fortunata.

E’ un bellissimo romanzo perché ci fa attraversare epoche diverse, viviamo l’ottocento quando le donne, dovevano solo stare a casa e sposare il partito più conveniente, inseguire l’amore raramente era possibile. Poi attraversiamo la Prima guerra mondiale, la seconda, gli anni 60’, le contestazioni giovanili, l’emancipazione della donna.

Vediamo nascere figli, nipoti, morire i più anziani ma essere sempre presenti nel cuore e nella memoria dei loro cari.

Un libro intenso di emozioni e di storia, un libro che apre il cuore, che ci fa rivivere le terre tra Lombardia, Emilia e il Veneto, ci fa ascoltare canti lontani, sapori dimenticati e un dialetto che, anche se non tutti comprendono (me inclusa), scalda il cuore.

Lo stile è fluido, scorrevole, quando inizi a leggerlo fai fatica a fermarti, divori pagina dopo pagina.

Ci innamoriamo di ogni singolo personaggio e questo credo sia il segreto di un bel libro, quando arrivi all’ultima pagina e senti un po’ di nostalgia.

Mi ha ricordato un po’ uno dei libri più belli per quanto riguarda le saghe familiari, LA CASA DEGLI SPIRITI di Isabel Allende. Come in quel libro anche in questo ritroviamo oltre all’amore della famiglia e ai legami indissolubili, un po’ di magia, sogni, fantasmi che ritornano.

Bello e consigliatissimo!

Una frase bella del libro:

“C’è una piccola parte dentro di noi che vive al di là del tempo. Ci rendiamo conto del passare degli anni solo in occasioni eccezionali ma, per il resto della vita, ci sentiamo gli stessi, non abbiamo età.”

22. feb, 2021

Voto: 3 ½ stelline su 5

Come sono arrivata a questo libro? Non lo so nemmeno io, forse mi ha attratto la copertina, il titolo, mi ha ricordato i piccoli locali giapponesi, la nostalgia ha fatto il resto.

Sono quattro racconti, tutti ambientati in un piccolo caffè senza finestre dove il tempo sembra non passare mai, tre orologi alle pareti con tre orari differenti. Pochi tavoli ma uno solo è speciale e ha poteri misteriosi.

La particolarità di questo tavolo e questa sedia? Ti fa viaggiare nel tempo, si può tornare nel passato o andare nel futuro ma… solo finchè il caffè è caldo, appena inizia a raffreddarsi bisogna berlo e finirlo altrimenti si rischia di finire imprigionati su quella sedia in quel locale nel momento prescelto, come la donna con l’abito bianco, un vero e proprio fantasma.

Come si fa a sedersi se c’è un fantasma, nemmeno tanto simpatico, che occupa quella sedia? Facile! Quando il fantasma si alza per andare in bagno. Perché i fantasmi vanno in bagno? Direte voi… Beh non facciamoci troppe domande.

I racconti sono tutti legati tra loro e tutti ambientanti all’interno del caffè, i personaggi si intrufolano e si spostano da un racconto all’altro.

Il primo “Gli innamorati” è forse il meno bello e coinvolgente.

Due fidanzati si ritrovano nel bar, lei è convinta che lui le chiederà di sposarla, invece lui le annuncia il suo trasferimento in America per lavoro. Lei resta senza parole e lui se ne va senza dare troppe spiegazioni. Così lei decide di tornare indietro nel tempo per avere ancora pochi minuti per strappargli una promessa. Ma una delle regole fondamentali del ritorno al passato è che il futuro non può essere cambiato.Il secondo racconto è uno dei più toccanti “Marito e moglie”.

Lui è malato di alzheimer e ha scritto una lettera a sua moglie, ma non ricorda più chi essa sia e dimentica di dargliela. Lei gli sta sempre accanto, lo segue, gli fa da infermiera.

Decide di tornare indietro nel tempo per avere quella famosa lettera. Difficile, quando si rivede una persona che non c’è più o che è molto cambiata, riuscire a staccarsene per ritornare alla realtà.

Ma la protagonista ha una grande forza e la lettera che conquisterà non cambierà il presente e la malattia del marito ma le darà la forza di continuare a stargli accanto.

Anche il terzo racconto “Le due sorelle” e il quarto “Madre e figlia” toccano temi e corde molto commoventi che non vi racconterò per non svelarvi troppo.

E’ un libro bello, dolce, delicato che ci fa sognare, chi non vorrebbe avere cinque minuti nel passato per riabbracciare quell’amico che non c’è più, per dire quella frase che non avete mai avuto il coraggio di dire, per guardare quegli occhi che tanto vi mancano?

E’ vero il futuro non si può cambiare ma se avessimo modo di sistemare anche solo una virgola del nostro passato magari riusciremmo a vivere con più serenità il presente, questo è il grande e bellissimo insegnamento che ci lascia questo libro.

Una frase bella del libro:

“Kazu è ancora convinta che, se vuole, la gente troverà sempre la forza di superare tutte le difficoltà che si presenteranno. Serve solo cuore. E se quella sedia ha il potere di cambiare il cuore delle persone, di sicuro un senso deve averlo.”

 

15. feb, 2021

Voto: 5 stelline / 5

A maggio 2020, in pieno lockdown, mi sono regalata un bellissimo corso per librai con il sogno, prima o poi, di sfruttarlo nella pratica.

Il corso è stato tutto molto interessante ma la cosa più bella che mi ha regalato è stato farmi conoscere questo libro uscito nel 2016.

Era poi stato messo, incomprensibilmente, fuori catalogo ma per mia fortuna è stato rieditato proprio lo scorso luglio. Mi aveva incuriosito così tanto che l’ho ordinato subito ma poi l’ho lasciato sedimentare, in attesa di ispirazione, come faccio spesso.  

Quando il 4 febbraio l’ho iniziato ho compreso dalle prime pagine di avere in mano un piccolo capolavoro e la rabbia di averlo scoperto solo dopo cinque anni dalla sua pubblicazione.

Ma come si dice, meglio tardi che mai, per questo ve ne parlo oggi con tanta enfasi, perché se non lo avete ancora letto, non dovreste perdere altro tempo.

Inizialmente avrete la sensazione di avere un libro leggero tra le mani, una famiglia un po’ bizzarra composta da una madre che ha paura della pioggia e poi scopriremo il perché, un padre che fa l’avvocato con un nome alquanto particolare, Autopsy, dal greco autopsia che significa “vedere con i propri occhi”, e due fratelli Fielding il più piccolo di tredici anni e Grand, il fratello maggiore di diciotto, bello e atletico.

Tutto ha inizio in una caldissima estate quando Autopsy decide di vedere con i propri occhi l’esistenza del diavolo e mette un annuncio sul giornale con un invito ufficiale per lui.  

Qualcuno accoglie il suo invito, si chiama Sal, ha tredici anni, una salopette di jeans tutta sporca, due profonde cicatrici sulle scapole che, a detta sua, sono le ali che ha perso nella caduta dal paradiso, ma cosa più strana un cuore grande.

La famiglia di Fielding lo accoglie in casa come un terzo figlio e da quel momento nulla sarà più lo stesso.

Una serie di eventi si susseguiranno, il piccolo Sal porterà a galla verità scomode ma anche tanti buoni sentimenti.

La stupidità e la cattiveria degli esseri umani che seguono il leader sbagliato, farà il resto.

Un romanzo che ti fa chiedere, chi è davvero il cattivo e chi è il buono? Chi siamo noi per giudicare? E quanto spesso l’apparenza inganna?

Una storia toccante, che inizia in modo leggero e poi affonda le sue condanne come una lama pesante. L’autrice ha un modo unico nel descriverci le situazioni, ogni pagina e ogni immagine è una piccola poesia.  

Mi sono ritrovata dentro al libro ad inseguire le lucciole con i protagonisti o a regalare un fiore a chi voleva scagliarmi una pietra.

Un libro che va letto e riletto, va compreso, va affrontato. Un grande libro che non si può non conoscere.

Una frase bella del libro (una delle tante):

“E’ questo il guaio delle cose in pezzi. La luce muore e si fa sempre più tenue e le ombre… Quelle vincono sempre, alla fine.”

4. feb, 2021

Voto: 3 ½

Ero molto contenta quando ho saputo che Donatella Di Pietrantonio, l’autrice de L’Arminuta e Bella mia, romanzi che ho amato molto, stava per far uscire un nuovissimo romanzo.

Il suo stile mi piace molto, fluido, morbido, descrittivo, visivo.

Il libro nel complesso mi è piaciuto, anche se non a livello degli altri due perché ho trovato un po’ faticoso i continui salti temporali.

La storia principale è su due sorelle, a parlare è la più grande che ci racconta un po’ la storia del suo matrimonio e un po’ la storia della sorella Adriana.

Le due donne si distinguono già da subito, la prima più pacata, calma, che riesce a fare quello che, in apparenza, sembra un buon matrimonio, Adriana invece è una ribelle, una che non vuole stare alle regole, da ragazzina scappa con il pescatore Rafael e con lui fa anche un figlio, Vincenzo. I genitori, e soprattutto la madre, non la perdoneranno.

La madre arriverà al punto di maledirla, pentendosene solo sul letto di morte.

La vera protagonista in realtà, dopo le prime pagine, si capisce che è Adriana. Tutte le vicende ruotano intorno a lei, e anche la vita della sorella che non ha nemmeno un nome (o mi è sfuggito, ma l’ho ricercato ovunque, quindi credo proprio non lo abbia) alla fine ruoterà tutta intorno alla sua.

Una donna piena di vita Adriana che riuscirà a superare anche le vicende più dure.

Un altro romanzo sulla famiglia, sui legami forti che essa crea ma anche faticosi. L’amore richiede sacrificio.

Bellissime le ultime cinquanta pagine dove la narrazione sembra ritrovare il suo percorso lineare. Pagine intense che, per la minuziosità dei dettagli mi hanno fatto venire la pelle d’oca. Senza spoilerare troppo, vi dirò solo che ci fa entrare in un ospedale e lo descrive in modo così dettagliato da sembrare vero. Leggendo poi una sua intervista ho scoperto che l’autrice era da poco uscita proprio da un brutto intervento e così mi è stata ancora più chiara la potenza di quelle ultime pagine, erano state vissute in prima persona.

 Una frase bella del libro:

"La memoria sceglie le sue carte dal mazzo, le scambia, a volte bara." 

 

2. feb, 2021

Voto: 5

Questo libro ha un valore storico oltre ad essere di una bellezza toccante.

Incuriosita da tanta pubblicità l'ho chiesto in dono per il mio compleanno, poi è rimasto un po’ li a guardarmi e finalmente qualche giorno fa ho deciso che era giunto il suo turno.

Mi sono trovata dentro la storia, una storia però che non conoscevo, che forse molti non conoscono ed è un vero peccato, ma grazie al bellissimo stile di Ilaria Tuti speriamo che ora possa raggiungere molte persone.

E’ una storia romanzata e la protagonista è di fantasia, ma molti altri personaggi che la accompagnano sono realmente esistiti.

Prima guerra mondiale, sulle alpi carniche imperversa la guerra e gli alpini cercano di difendere in tutti i modi la loro terra.

Le donne del paese di Timau decidono di dare una mano ai loro mariti, fidanzati, fratelli, amici e salgono ogni giorno sui monti a portare loro armi, viveri e tutto ciò che può servire. Sono chiamate le "PORTATRICI". 

Agata Primus è una di loro, è lei che ci racconta la sua storia, la storia di queste donne coraggiose che non si fermano davanti a nulla, fiori di roccia, stelle alpine che crescono forti e sole contro tutto.

Agata si troverà anche a dover fare una scelta importante in un certo momento della vicenda e sceglierà la libertà, come ci dirà nel bellissimo finale, la libertà di non seguire per forza le logiche di una guerra che non ha scelto lei di combattere.

Questo romanzo è un inno alla vita, al coraggio, all’amore e alla lealtà.

Fa commuovere pensare che queste donne siano esistite davvero, alla forza che hanno dimostrato.

Ilaria Tuti ha uno stile scorrevolissimo e il romanzo si fa divorare.

Grazie a Ilaria per questa storia importante che ha riportato a galla.

Una frase bella del libro:

“Portatrici, vi chiamano. Vi considerano un reparto, e non a torto. Credo sia la prima volta nella storia di un conflitto armato.”